Al mondo esistono due categorie di persone. Le persone comuni e quelle che, alla nascita, hanno ricevuto un dono naturale. Ma sempre in natura, una delle aspre leggi che domina un mondo caotico come quello in cui viviamo recita tale assioma: nulla è dovuto al caso. I doni bisogna guadagnarseli e spesso il destino – o le coincidenze, se preferite – , è dotato di un’infamia senza pari.

Il 31 maggio del 1989 a Dortmund non è un giorno come gli altri, questa volta non per quel dannato muro a 477km, che separava vite e progresso a causa degli interessi. Nasce Marco Reus, che qualche anno dopo viene notato dai talent scouts del Borussia Dortmund: il ragazzo è forte. Anzi no, non è né un ragazzo, perché di anni ne ha da poco 6 quando viene visionato, né tantomeno è forte perché è riduttivo. Il bambino già da giovanissimo dimostra una tecnica individuale che in pochi, pochissimi, possono vantare. Un mix perfetto di velocità, tiro e soprattutto tanta, troppa intelligenza. La definizione del giocatore versatile, insomma.

Reus ha una carriera giovanile alquanto singolare: dopo dieci anni tra le fila dei gialloneri, a sedici anni ancora da compiere, si trasferisce in una squadra minore, il Rot Weiss Ahlen. Ma la classe non è acqua, il talento tedesco lo dimostra e la grande chiamata non tarda ad arrivare: arriva il Borussia M’Gladbach che lo preleva nel luglio del 2009.A fine stagione, l’impatto del giovane sarà devastante: otto gol e quattro assist in trentatré partite, mica male per un ragazzo di vent’anni di certo non abituato alla categoria.

Ma è nel 2011-2012 che Reus esplode definitivamente. Diciotto gol e dodici assist e il ritorno del figliol prodigo diventa realtà: il suo Bvb lo acquista per diciassette milioni, sette estati dopo quel talento che dell’esilio aveva fatto la sua forza tornava lì, tornava al suo posto. Ora basta con le statistiche, perché il tedesco è platonico e spiegarlo coi numeri non si può, vi dico solo questo: a fine stagione i ruoli ricoperti da Reus saranno quattro.

E la risposta ad ogni domanda o dubbio era più che mai semplice e dissipare al suo primo tocco, o alla prima carezza che affibbiava alla palla: quel ragazzo poteva giocare ovunque. Il Borussia Dortmund compie una cavalcata straordinaria in Champions League, in semifinale le api ce le porta lui, allo scadere, dopo il gol decisivo al sorprendente Málaga. Eliminato il Real, una finale cult attende gli 11 di Klopp: der Klassiker, contro gli odiati bavaresi. Reus quella finale la gioca come suo solito e si procura il rigore del pareggio, poi siglato da Gündoğan, ma non basta: al novantesimo Robben trova il pertugio illuminato da un grande Ribery. Lacrime per Reus, le prime di tante.

L’anno dopo c’è il Mondiale e lui naturalmente è tra i 23 convocati, dopo una buona stagione. Il 6 giugno del 2013, 69 anni dopo lo sbarco in Normandia, qualcosa – o qualcuno, fate voi – ricorda ai tedeschi che quello non è un giorno felice: la caviglia sinistra abbandona Reus. Lezione parziale dei legamenti sindesmotici, è la diagnosi. Una diagnosi che vuol dire una cosa sola: la stella della Germania deve saltare i Mondiali. Dopo quella competizione vittoriosa, i problemi fisici continueranno a tormentare quel fenomeno, senza concedergli respiro. Una scena già vista: la farfalla vive poco, ma muore volando. Nel 2018 gioca i Mondiali segnando anche alla seconda partita, ma l’esito è sprezzante: Germania fuori ai gironi, in un girone abbordabile comprendente Svezia, Messico e Sud Corea.

Si arriva così al 2018-2019, la sua stagione meno tormentata (salterà comunque sette partite per infortunio), dove ricorda a tutti chi sia Marco Reus: diciassette gol e undici assist in ventisette partite di Bundesliga, e premio di calciatore tedesco dell’anno. Forse è troppo tardi, ma Reus sembra tornato ai fasti di un tempo: il tempismo del gol di martedì contro il Manchester City ai quarti di Champions ne è la dimostrazione. Anzi no, che dico: non è mai troppo tardi per sorridere o per gioire. Non è mai troppo tardi per emozionarsi.

Marco Reus, vittima del suo stesso talento.

Tommaso Alise

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