Costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi o nel tener fede ai propri propositi, virtù che impegna l’uomo a lottare per il conseguimento del bene senza soccombere agli ostacoli e senza farsi vincere dallo sconforto.
Questa la definizione della parola perseveranza, che si collega strettamente al passato di Santiago Federico Valverde, il quale ha dovuto perseverare ed aspettare il momento giusto prima di poter affermarsi tra i fenomeni in maglia blanca.
Non è stato uno di quelli che, con il Madrid, ha esordito precocemente.
Ha dovuto fare prima tanta gavetta; è stato bravo ad avere tanta pazienza, a non mollare mai il suo obiettivo.
Passato prima al Castilla, succursale del Real, e poi al Deportivo, il talento classe 1998 ha beneficiato fortemente di questi due anni di preparazione al calcio che conta, tornando a Madrid nel 2018 guadagnandosi una maglia da titolare tra fenomeni di caratura mondiale.
Ma facciamo un passo indietro.
Federico Valverde nasce il 22 luglio 1998 in un piccolo quartiere di Montevideo, capitale dell’Uruguay.
La sua carriera inizia a soli 3 anni, quando indossava ancora i pannolini, in un accademia della sua città.
Nel suo paese si vocifera che ad un suo gol contro un’accademia di Danubio si tolse il pannolino, creando stupore tra il pubblico, e noi francamente vogliamo pensare che sia vero.


La carriera di Fede continua per il meglio e all’età di 6 anni vince il campionato regionale saltando all’occhio del club più importante di Montevideo e di tutto il paese, il Peñarol, che due anni più tardi ne acquisisce le prestazioni.
Arrivato nelle giovanili giallonere, inizialmente viene schierato da attaccante ma non era un ruolo che lui gradiva tant’è che dopo ogni allenamento tornava a casa e piangeva. Il ragazzino aveva voglia di correre, di non fermarsi mai, non voleva aspettare che gli arrivasse la palla, e costrinse il suo primo allenatore a spostarlo a centrocampo, lo stesso addetto ai lavori che usò per la prima volta il soprannome “Pajarito” , ovvero l’ uccellino, perché ‘svolazzava’ per il campo con il pallone tra i piedi.


Dopo 8 anni di giovanili, el Pajarito viene promosso in prima squadra, dove stringe un bellissimo rapporto con Diego Forlàn, leggenda del calcio uruguaiano, che lo aiuta tantissimo nel suo primo anno da professionista in cui esordisce prima in campionato e poi in Copa Libertadores.
Termina l’anno 2016 vincendo, proprio al fianco di Forlán, il suo primo trofeo, la Primera División.


Nella stessa estate succede quello che un giovane come lui, di un barrio di Montevideo, mai si aspetterebbe.
Squilla il telefono e dall’altro lato c’è Florentino Perez, presidente del club più importante della storia del calcio, Il Real Madrid.
La trattativa si chiude in un secondo perché Fede vede il treno che passa una volta nella vita e non tituba un millesimo di secondo, trovandosi improvvisamente, nel ritiro di luglio, con campioni del calibro di Cristiano Ronaldo, Sergio Ramos, Luka Modric e tantissimi altri.
Dopo la preparazione al campionato, il classe 98′ viene spostato nelle formazioni giovanili ma per lui non è mai risultata una bocciatura: Fede pensa in grande e sa che il suo momento prima o poi arriverà. È giovane e deve solo lavorare.
Alla fine della stagione 2016/2017 ha all’attivo 30 presenze e 3 gol con il Castilla.

L’anno seguente é quello della conferma che, tra i grandi, può starci eccome. La dirigenza blanca decide di mandarlo in prestito in una realtà adatta a lui, con l’obiettivo salvezza, il Deportivo la Coruña.
Obiettivo che non verrà raggiunto ma il ragazzo uruguaiano acquisisce un anno di esperienza importante ed è pronto per fare il grande salto.


Lopetegui, l’allora allenatore del Real, decide di confermarlo per la stagione avvenire ma passa metà anno a guardare i suoi compagni.
Nel gennaio seguente, esonerato l’allenatore spagnolo, fa ritorno a casa Zizou Zidane ma il destino di Valverde non cambia e sembra vicino il trasferimento, nuovamente in prestito.
I galacticos, che stanno passando un momento difficile e di rinnovamento, nell’estate che precede la stagione 2019/2020 bloccano sorprendentemente il suo trasferimento e allora sì, Pajarito ha un’altra, forse l’ultima, possibilità.
Diventa un titolare inamovibile della scacchiera di Zizou: duttilità, versatilità, velocità, cattiveria agonistica.

Un centrocampista completo: nella storia del calcio è uno dei primi ad avere tutte queste caratteristiche che si incastrano perfettamente tra loro, un box to box completo, entrato nei cuori dei tifosi madridisti con un fallo da espulsione su Alvaro Morata nella supercoppa spagnola 2020, mostrando tutta la sua garra uruguagia, diventando MVP di quella finale.

Sabato scorso, nel Clásico, è tornato finalmente a giocare da titolare dopo un infortunio alla caviglia che l’ha tormentato per diversi mesi.
È rientrato in campo ed ha dato il suo contributo facendo il passaggio all’assistente Lucas Vazquez per l’1-0 di Karim Benzema, nella vittoria contro il Barça che porta momentaneamente i blancos a -1 dai Colchoneros, a 66 punti.
Subito a mostrare il suo carattere, immediatamente a mostrare la sua duttilità (ha giocato da esterno destro d’attacco), la sua tenacia.

Ha messo in netta difficoltà Jordi Alba in un ruolo di natura non suo ed ora gli spetta la notte di Champions, quella di Anfield, in cui vorrà essere decisivo e portare i blancos in semifinale.
Dal Peñarol de Montevideo alla Casablanca de Madrid, El Pajarito Valverde alla conquista di un posto nell’Olimpo dei grandi.

Albino Gigante

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