Siamo finalmente tornati con le nostre interviste esclusive dopo quella a Erjon Bogdani, Manuel Pucciarelli e Raffaele Carlino (presidente del Napoli femminile). Questa volta è toccato a Marco Negri ripercorrere le orme della sua carriera ai nostri microfoni, ma non perdiamoci in chiacchiere, ecco a voi la nostra intervista.

Volevo sapere qual è stato il tuo percorso prima di arrivare all’Udinese, con il conseguente esordio tra i grandi, e cosa ti ha spinto a fare tutti i sacrifici dell’età adolescenziale, sacrifici che poi sono stati ripagati.


“Ho iniziato a fare sport nei cortili vicino casa mia, sono andato a giocare in una squadra professionistica di basket con mio fratello maggiore, poi però, a 12 anni, un mio amico di classe mi ha spinto ad iniziare a giocare a calcio, ho iniziato negli esordienti di una squadra in provincia di Gorizia, in Friuli Venezia Giulia. Quell’anno Udinese e Triestina fecero provini per giovani calciatori e fui selezionato da entrambe le squadre, ma decisi di andare all’Udinese. Da lì iniziai a giocare con i migliori talenti della regione, ho fatto tutta la trafila fino alla prima squadra e ho esordito in Serie B a Reggio Calabria quando il mister mi diede questa possibilità: una sensazione unica che volevo assolutamente ripetere, allenarmi con i campioni della prima squadra mi ha aiutato tantissimo.”


Entriamo nel vivo della tua carriera, a 25 anni hai fatto il tuo primo grande salto, esordendo in Serie A con il Perugia marcando il tabellino 15 volte, venivi da una stagione da 18 gol in B, quali erano le tue aspettative per il tuo primo anno in A? Pensavi avresti fatto così tanti gol?


“Chiaramente io sono sempre stato molto competitivo, quindi ogni anno avevo l’obiettivo di alzare l’asticella. Ho fatto 19 gol a Cosenza in B, l’anno dopo 18 a Perugia centrando la promozione. Per un attaccante avere fiducia nei propri mezzi è la cosa più importante quindi mi approcciavo alla Serie A di Zidane, Totti, Del Piero sapendo di poterci stare e poter dimostrare a tutti che potevo giocare a quei livelli.”


Abbiamo detto che nel tuo primo anno in Serie A ne hai fatti 15, alcuni dei quali molto pesanti, tra cui l’1-0 al Milan, l’1-2 della speranza alla Juve, qual è stato in assoluto il più significativo per te?


“Segnare a squadre come il Milan, che quegli anni in difesa giocava con Sebastiano Rossi in porta, Costacurta a destra, Vierchwood e Baresi centrali e Maldini a sinistra era come scalare l’Everest. Sicuramente i gol a Milan e Juve rimangono, ma devo essere onesto, il primo gol in Serie A è quello che mi ha provocato le emozioni più grandi che rimarranno indelebili.”


Nei 2 anni di Perugia, hai condiviso lo spogliatoio con Materazzi e Gattuso, due futuri campioni del Mondo. Si vedeva già da lì che avrebbero raggiunto quei livelli?


“In quegli anni Gattuso e Materazzi erano giovani ma già dai primi allenamenti si vedeva che avevano una cosa in comune, ovvero la voglia e la fame di dimostrare che in pochi hanno. Nelle partitelle dopo l’allenamento atletico la cosa importante era avere loro due nella propria squadra altrimenti la domenica rischiavi di non scendere in campo.”


Nel 97′ sei partito per Glasgow, sponda Rangers, forse l’apice della tua carriera. Nonostante i tuoi gol non riusciste a vincere il campionato contro i rivali del Celtic. Come si viveva il derby in città? E come si vivevano le ore che lo precedevano?


“E’ senza dubbio la partita più importante che abbia mai giocato. E’ uno dei derby più belli del mondo insieme al Clasico e al Superclasico argentino.
Prima delle partite, il tipico spogliatoio scozzese è rumoroso con musica, scherzi e risate. Prima di questa partita invece il clima degli spogliatoi era completamente diverso, quindi capivi che non giocavi una partita, ma la partita, che poteva cambiarti non solo la stagione ma tutta la carriera perché un errore in quella situazione poteva costarti caro, non si gioca solo per i 3 punti ma per tutto il club. Dietro a realtà come Rangers o Celtic ci sono motivazioni anche extracalcistiche. Io sono stato fortunato di vincere contro di loro e di fargli il gol più pesante della mia carriera, a Celtic Park.”


Sei arrivato quinto alla Scarpa d’Oro 97/98, nella stagione in cui ne hai fatti 23 nelle prime 10 partite. C’è stato un momento in cui hai pensato “posso vincerla” ?


“Si, assolutamente. A fine dicembre avevo già segnato 30 gol ed ero per distacco il primo in assoluto. Poi mi succede un brutto infortunio all’occhio durante una partita di squash in un giorno libero e perdo quel “tocco magico” per il resto della stagione, e da esser primo in quella classifica purtroppo la scalo al contrario perché al mio rientro in campo ho evidenti problemi visivi che mi permettono di fare solo 4 gol nella seconda parte di stagione.
Ancora oggi è uno dei maggior rimpianti della mia vita e mi rimbomba sempre nella testa “chissà cosa avrei fatto quella stagione” in cui magari avrei fatto lo stesso pochi gol, ma un attaccante che fa 30 gol a dicembre è difficile da fermare.”


Nella tua avventura in Scozia hai giocato con Paul Gascoigne, conosciuto anche per il suo carattere sia dentro che fuori dal campo, che rapporto avevi con lui? E se puoi raccontarci qualche aneddoto.


“Con Gazza avevo un rapporto splendido, lui era reduce dalla sua esperienza alla Lazio e masticava un po’ d’italiano, quindi riuscivo a comunicare con lui. Ho avuto la fortuna di conoscere Gascoigne in campo, che dopo Johan Cruyff, lo reputo uno dei centrocampisti più completi fino agli anni 2000, un giocatore straordinario, poteva segnare, driblare, correre, geniale. Un genio veramente. E poi ho conosciuto Paul fuori dal campo, un uomo simpaticissimo. Alla prima partita che andammo in ritiro ricordo che alle 7.30 c’era l’orario della cena dove in genere ci si veste tutti uguali e tutti puntuali. Arrivo lì, in questa hall, dove c’era il buffè e tutto il mangiare, all’improvviso si aprono le porte dell’ascensore ed era Gazza in mutande, prese due tramezzini, un po’ d’acqua e se ne salì in camera. Il giorno dopo però, in campo ci fece vincere la partita dando spettacolo. Gazza era tutto. Gazza era libertà, genio ma soprattutto un ragazzo di grande cuore. Lo ricordo con tanto affetto.


Baggio, Zidane, Del Piero. Solo 3 dei tanti fenomeni contro cui hai giocato, chi era il più forte in assoluto? E quale che difensore ti ha dato più filo da torcere?


“Difficilissimo dirlo, ma se devo dirtene uno ti dico Zidane. Era uno di quei giocatori che quando eri in campo ti fermavi anche tu e rimanevi a bocca aperta perché faceva cose che solo lui poteva solo immaginare.
Ho incontrato tantissimi difensori forti ed ostici, specialmente in Scozia che c’erano difensori alti 2 metri. Ti dico Cannavaro perché non mollava mai, ti anticipava, era aggressivo, ma in quei tempi lì ogni domenica era una battaglia, i difensori di alto livello erano troppi, quando facevi un gol dovevi andare in Chiesa ad accendere un cero”


Qual è la differenza principale tra il campionato italiano e quello scozzese?


“Il campionato italiano è sempre stato quello più tattico, più strategico. Specialmente le squadre inferiori tendono ad adattarsi alla squadra contro la quale giocano, a seconda di essa hanno un modulo, una tattica, una strategia. In Scozia si va dal primo all’ultimo minuto a 1000 all’ora con velocità, aggressività e un ritmo altissimo.
Si gioca per intrattenere il pubblico quindi anche se le squadre vanno sotto si cerca di giocare più a viso aperto per trovare il gol. Mentre in Italia si cerca di non prendere l’imbarcata evitando un passivo troppo grande pensando subito alla prossima partita. E poi in Scozia, anche se perdevi ma sudavi la maglia, nessun tifoso diceva nulla.”


Nella stagione 17/18 hai fatto parte dello staff tecnico di Oddo, quando allenava l’Udinese, come preparatore degli attaccanti, quali sono i tuoi programmi futuri?


“A me piacerebbe fare questa cosa che ho fatto ad Udine.
Ho proposto di preparare gli attaccanti nei movimenti ed ho allenato gente come Lasagna, Maxi Lopez, Rodrigo De Paul. Ho avuto da loro una grande risposta, il lavoro è stato incredibile. E’ un lavoro che serve, che li fa migliorare e quindi aspetto una squadra che mi dia questa possibilità, io ci credo tanto perché è una cosa che da i risultati. So pure che, proporre cose nuove al calcio moderno, spesso si fa fatica per metterle in atto, ma aspetto fiducioso.”


Cosa ne pensi degli attaccanti presenti oggi in Serie A?


“Il ruolo dell’attaccante è cambiato tantissimo rispetto a quando giocavo io, adesso all’attaccante si chiede di difendere, reggere il peso dell’attacco da solo. Nel campionato italiano ci sono molti attaccanti interessanti, in Serie A vanno molto i giocatori fisici, che riescono ad essere punto di riferimento per tutta la squadra, vedi Ibrahimović, Lukaku, Zapata. Riescono a difendere bene palla e a far salire la squadra e le regole sono cambiate rispetto agli anni 90′. Oggi il difensore non è aggressivo come una volta perché le ammonizioni sono più facili e se l’attaccante copre bene palla è molto avvantaggiato. Per gli italiani mi piace tantissimo Ciro Immobile, per i suoi movimenti, la sua intelligenza ad andarsi a trovare sempre nel posto giusto al momento giusto e lo si vede dal fatto che segna in tutti i modi.”


Attaccante preferito di oggi?


“Lewandowski. Non posso non prendere uno che fa 35 gol a questo punto dell’anno. E’ vero che gioca in una squadra che crea tantissimo però è anche lui intelligentissimo e sa cosa deve fare quando è in area di rigore, fa tanti gol con un tocco che non è una cosa banale, è un giocatore istintivo che finalizza alla perfezione il gioco di una squadra che crea tanto. Lewandowski è sicuramente il migliore.”

Un’onore e un piacere per noi aver trascorso del tempo con Marco Negri.

A cura di Albino Gigante

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