Non ne possiamo più tutti, più di un anno di stadi vuoti stiamo capendo l’importanza dei tifosi. Da dieci mesi ogni volta che vedo una bella partita di calcio non riesco a non pensare a quanto sarebbe stato bello vederla sugli spalti, oppure dal divano ma con il pubblico ad incitare la squadra.

Limitandomi a questo fine settimana: ho visto la Fiorentina segnare quel rigore a pallonetto del giovane Vlahovic e a pochi minuti dalla fine del primo tempo il gol di Morata; tornando qualche giorno indietro ho visto il Cagliari rimontare il Parma, in una partita in cui era stato sotto 0-1 e 1-3 segnando il gol del 3-3 al 91esimo e quello del 4-3 al 93esimo (un vittoria che è servita al Cagliari giusto per sperare di non retrocedere, accorciando a 5 punti la distanza dal quartultimo posto e mandando di fatto il Parma in B). È anche questo il meglio di quello che può offrire una partita di calcio, giusto? Ma comunque non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sarebbe stato bello con il pubblico. Cosa sarebbe successo al Franchi al pallonetto di Dusan contro la Juve? Come avrebbe reagito la Sardegna Arena nei secondi precedenti quello di Alberto Cerri? In tempi normali davanti a partite del genere, mi chiedevo cosa proverei ad essere lì, da un anno mi chiedo cosa proverebbe un essere umano qualsiasi lì presente, a fare l’unica cosa che la maggior parte di noi può fare: lo spettatore, il testimone di un evento eccezionale, sentendosi però anche coinvolto in una collettività. E mentre facevo queste riflessioni, da qualche altra parte di questo stesso pianeta, c’era chi pensava cose opposte: Siamo sicuri che il calcio abbia bisogno di questo tipo di partite? E dei tifosi?

Siamo verso la fine del campionato e quindi le gare diventano decisive e le farfalle nello stomaco aumentano ma insieme a loro aumenta anche l’angoscia. La mia è una sensazione che è cresciuta col passare del tempo. Ovviamente all’inizio ero soprattutto contento che fossero tornati a giocare: i palloni sanificati, i saluti coi pugnetti, le esultanze senza contatto: l’assenza di pubblico era uno dei tanti compromessi che abbiamo dovuto accettare purché si tornasse a giocare. Ho pensato tante volte sarebbe stato meglio se… ma poi dicevo è già tanto che si giochi.

Oggi però sono soprattutto angosciato ogni volta che l’inquadratura della telecamera si allarga dal campo agli spalti vuoti; ogni volta che mi rendo conto, come se fosse la prima volta, che quelle che sto sentendo sono le voci di Ringhio Gattuso che scuote i suoi giocatori in campo. Sono grida diverse da quelle di sessanta o anche solo diecimila persone tutte insieme. Si distinguono tutte le une dalle altre e al tempo stesso sembrano più chiare e specifiche nel loro significato, mi arriva la competitività dei calciatori, la loro carica agonistica individuale, che è sostanzialmente diversa dal ruggito di un pubblico intero. I calciatori professionisti mi sembrano esageratamente coinvolti. Ma è solo perché non c’è nessun altro tranne loro, con il pubblico sono scomparse tante componenti e i giocatori sono rimasti gli unici a esprimere le proprie emozioni, nel vuoto di arene giganti che sembrano l’interno di chiese silenziose.

Anzi in questo articolo voglio parlare molto chiaramente con chi leggerà: sento che niente di positivo può succedere in uno stadio vuoto. Sapete a cosa assomigliava il Parc de Princes nell’ultima grande partita che tutti gli appassionati hanno visto contro il Bayern? Proprio alla pancia una balena gigante, i calciatori di Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, erano esseri piccoli che sembravi muovere con il joystick. E la settimana ancora precedente, durante la partita di andata, l’Allianz Arena di Monaco con la sua austerità e un’orizzontalità ancora più pronunciata.

C’è una sproporzione troppo grande tra la funzione che questi stadi dovrebbero avere e la realtà del calcio durante il Covid. Questa forse è la ragione per cui ho sempre trovato scomodi, i concerti nei grandi stadi. Nessun uomo da solo, per quanto eccezionale, è fatto per avere quel tipo di scenografia intorno. Adesso posso dire di pensare lo stesso per un gruppo ristretto di uomini. I più grandi calciatori al mondo, con un talento preternaturale, divino, nutriti col cibo migliore, allenati coi programmi migliori, curati nel migliore dei modi in tempi laser. Sono sicuro che quando potremo riassaporare tutto, tra le tante sensazioni che proveremo ci sarà “è tutto qui? Ho aspettato tutto questo tempo per questo?”, ma d’altronde è normale dopo aver vissuto quello che amiamo attraverso gli schermi per troppo tempo e quindi essersi creati aspettative troppo alte.

Gli stadi senza pubblico al loro interno si trasformano immediatamente in reperti archeologici. Sognate con me… se si continuasse in eterno ad escludere il pubblico dagli stadi un giorno mi troverò a raccontare a mia figlia cosa succedeva là dentro esattamente come dovrò raccontarle una favola qualsiasi inventata da me per scherzare. Un pezzo della vita in cui sono cresciuto, per quanto possa essere insignificante per alcuni, per carità, sparirebbe nel nulla. Nessuno proverebbe più la sensazione che ho provato io e molti altri, la prima volta che mettendo il piede sull’ultimo dei gradoni prima della Curva A del Maradona ho visto il manto verde. Nessuno saprebbe cosa significa vivere un evento così coinvolgente circondato da estranei, con sconosciuti vicini, troppo vicini, invadenti magari, con la punta dei piedi sulla tua schiena, i gomiti larghi, la voce troppo forte e opinioni di cui faresti a meno. Eppure sempre questo è stato, finora, e quanto meno per la maggior parte del tempo in cui è esistito, guardare una partita di calcio.

Insomma non ci siamo riusciti a sostituire il pubblico e, anzi, se c’è una cosa che dovremmo aver imparato in questa stagione pandemica è che a parere mio non se può fare a meno. È un discorso che prima non era così chiaro, ma che adesso dovrebbe diventare prioritario. A maggior ragione per il calcio italiano, che il problema degli stadi vuoti in molte società lo aveva anche prima. Anziché chiedersi come conquistare mercati nuovi, la domande centrale per il nostro calcio dovrebbe essere: come facciamo a far tornare le persone allo stadio? Ma è un discorso che vale per tutti, se è vero che parlando di Superlega già si fantasticava di partite giocate in continenti lontani con fusi orariche avrebbero reso difficile la visione anche televisiva ai tifosi delle squadre coinvolte. E chissà che non sia del tutto casuale che questo tentativo di salvare il calcio sia avvenuto proprio quando i tifosi non erano presenti.

Finalmente sento parlare anche se molto vagamente per la prima volta da dieci mesi di poco pubblico allo stadio, forse già da maggio, e magari sarà anche il momento per iniziare a mettere in discussione l’idea di stadio come posto potenzialmente pericoloso, da tenere sotto controllo col massimo della propria forza e autorità. Ho da dire l’ultima cosa a nome di tutti noi amanti del calcio, fateci ritornare a casa di nuovo senza voce per aver gridato troppo su quei gradoni su cui molti di noi sono cresciuti, solo questo.

A cura di Renato Aorta

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