Cos’è il calcio?
22 uomini che seguono schemi, tatticismi, il proprio estro, il proprio ego, alla ricerca della vittoria, seguiti da milioni di tifosi?
Può darsi, ma questo concetto ha origine da un nome e un cognome.
Johan Cruijff, all’anagrafe Hendrik Johannes Cruijff, nonché il primo genio prestatosi al mondo della sfera a scacchi.
Il ruolo di Cruijff, in campo, non si può definire. Il ruolo di Cruijff, nel mondo, invece sì: un profeta, l’Isaia del calcio destinato a precedere tutti i fenomeni che poi lo avrebbero seguito. Un esempio della sua classe può essere la giravolta omonima: si finge il tiro, ma al contempo si fa passare il pallone dietro il piede piantato a terra, compiendo una giravolta di 90 gradi. Un esempio italiano? Il gol di Di Canio in Napoli-Milan del 1994.


Un organismo indipendente ed ebbro di talento, tanto da dimostrare le sue qualità a 5 anni, nel suo quartiere popolare, in cui si vive di pane e pallone.
A 10 anni, entra nelle giovanili dell’Ajax: l’inizio di una nuova era. Il prodigio diventa sempre più popolare nell’ambiente Ajax. Da lui si potrebbe andare a lezione e la prima nozione, in ogni suo discorso, in ogni sua idea, è sempre la stessa: è il pallone a dover correre.
Al compimento dei suoi 17 anni comincia l’epopea del numero…per ora, è il 9.
L’anno dopo il suo esordio, la rivoluzione calcistica e sociale del movimento calcistico olandese, spicca il volo: gennaio 1965, Rinus Michels diventa l’allenatore dell’Ajax. Johan probabilmente si danna, perché non trova una collocazione definita in mezzo al campo, ma intanto segna con regolarità. 33 gol in 30 partite nel 66-67. Ad aprirgli gli occhi è il suo tecnico, visionario quanto lui. Perché limitare ad uno schema, ad un tatticismo, l’estro sconfinato di quel ragazzo con i piedi piatti e la caviglia sformata, sarebbe stato un oltraggio al pudore. Intanto Johan diventa il numero 14, riscrivendo le leggi calcistiche di sempre: il 9 è la punta, il 10 è il talento, ma il 14 è uno solo.


Ad Amsterdam gioca un po’ ovunque e vince tre coppe dei campioni, due palloni d’oro di cui uno alzato lontano da Amsterdam, regalando catervie di emozioni. E poi sarà la volta di Barcellona, preferito al più appetibile Real Madrid. Esordisce tardi, con la nuova maglia. Blaugrana in zona retrocessione e separati dal titolo tanti punti circa quanti erano gli anni in cui la Liga mancava in Catalogna. 14 anni. Il ragazzo di Amsterdam non era dello stesso parere. Dieci vittorie di fila ed uno dei gol più belli della storia, il più bello fino a quel momento. Cruijff vola, tocca l’iperuranio e saluta le idee platoniche: rovesciata di tacco e Atlético al tappeto. 22 dicembre del ’73. A fine anno le reti saranno 16, i catalani sono in testa e c’è tutto un mondiale da giocarsi, sempre col suo maestro, Rinus Michels: l’Arancia Meccanica, garantisce sulla qualità l’omonimo film straordinario. Nessuno ha una posizione, ma sono tutti nella posizione di esprimere al meglio le proprie capacità: il miracolo del totalvoetball, un inno a quanto ci sia di bello nel calcio e nella vita, limiti sforati e apoteosi sfiorate.

Sugli Orange ci sarebbe da scrivere per ore, ma quella che è a tutti gli effetti la semifinale di quel Mondiale. Il Pelé Bianco che incontra la patria di Pelé, 11 giocatori che gli stanno alle calcagna e lo provocano. Ma con la freddezza che lo contraddistingue, il campione gioca alla sua maniera nonostante alla sua nazionale basti un pareggio. Prima una palla servita col contagiri, poi una spaccata: il freddo olandese volante serve ghiaccio per partita, la grande Olanda umilia il Brasile e vola all’ostica finale contro la Germania Ovest. Dopo tre minuti, Johan si procura un rigore prontamente trasformato da Rep, ma non basta: a tanto così dal sogno, la Mannschaft si aggiudica il trofeo. L’ultima apparizione in un Mondiale di Cruijff, che a fine stagione vincerà il pallone d’oro. Poi poesia, poesia senza veli. Ma al mondiale del ’78 l’Arancia Meccanica ci arriva favorita. Anzi, fino alla diramazione dei convocati: l’asso di Amsterdam-e no, non è un nome di qualche sostanza proibita-non c’è. Forse poche motivazioni, forse per un sequestro subito. Nelle qualificazioni ai Mondiali argentini, ricordiamo un pallonetto del fuoriclasse dall’out, contro il Belgio.


Dopo aver vinto anche da libero, nell’ultima stagione da professionista col Feyenoord, in cui farà da mentore a Ruud Gullit, si ritira. Renderà il Barcellona un top club mondiale da allenatore, ma una cosa è certa: entrare nella storia da vincenti è facile. Entrarci da vinti, è intimità destinata a pochi eletti.


Lunga vita a Johan Cruijff.

A cura di Tommaso Alise

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