Gli imperatori regnano. Vengono ricordati, spesso segnano epoche e periodi storici. Riformano civiltà e civili, città e cittadini.
Il regno dell’Imperatore venuto al mondo 15 giorni dopo il massacro di Hama in Siria, invece, non è dei più duraturi. Non era mai capitato, fino a tempi recenti, che un regnante fosse il principale artefice della propria deposizione.

Il ragazzo nato il 17 febbraio del 1982, Adriano Leite Ribeiro, comincia a giocare, come la stragrande maggioranza ahinoi dei suoi compatrioti, nelle favelas, in cui si è più certi di un pallone con cui giocare che di un piatto da cui mangiare. La classe c’è, il Flamengo decide di puntare su di lui quando è ancora giovanissimo, ma il talento brasiliano ha una grande pecca: segna tanto…ma è un terzino, dunque dovrebbe garantire copertura. Segna, segna a profusione. Allora arrivò la più logica delle soluzioni: schierare il ragazzino, “mica tanto ino” parafrasando una celebre pubblicità visto e considerato il suo strapotere fisico, come centravanti.

Dopo quella scelta, un’anima di questo immondo mondo trova la sua collocazione geografica e sociale: l’area di rigore. L’imperatore diventa semplicemente inarrestabile e nell’agosto del 2001 l’Inter decide di fare follie per un ragazzo cosi giovane: l’equivalente di 13 milioni di euro, che all’epoca non erano affatto pochi, soprattutto considerando la totale incognita e le variabili come l’ambientamento in serie A.
Ciò che è stato, ciò che poteva essere e l’immagine che sarà di Adriano: tutte cose che si possono riassumere in una sola data, 14 agosto del 2001.
Un cult, un’amichevole. Real Madrid e Inter si affrontavano, nonostante molti giocatori fossero assenti causa nazionali, per il trofeo Bernabeu. Il brasiliano entra a 6 minuti dalla fine, il tabellino segna 1-1 con marcatori Vieri e Hierro. Ma il tabellino è incompleto. Perché in ogni regno che si rispetti, è l’imperatore a decidere quando la partita debba finire. Entra, fa tunnel e poco dopo arriva quasi il gol di testa. A recupero inoltrato, si procura una punizione. Dovrebbe partire un certo Clarence Seedorf,ma no, questa volta si strappa alla regola. Adriano segna con una punizione che nella sua violenza sembra quasi tracciare un arco siderale, un orbita ellittica: in un secondo cadono tifosi stupiti, porta, portiere e Moratti, che se la ride.
Potrebbe essere il classico fuoco di paglia, ma non è così, in quanto alla terza giornata di Serie A, il diciannovenne si ripete con un magistrale sinistro. Cuper però non gli concede spazio: prestiti alla Fiorentina e al Parma, in cui esplode definitivamente con medie e fisico sovrumani.

Torna all’Inter nel gennaio 2004, ma non è altro che il principio della fine: dopo 9 gol, il 4 agosto del 2004 e in piena preparazione estiva, muore l’amato padre. Da lì comincia la continua e incessante degradazione dall’esplosivo e incontrollabile atomo che prende il nome di Adriano Leite Ribeiro.
Dopo una stagione memorabile condita da 28 gol nel 2004/05 in cui sembra il degno erede del Fenomeno, tutti rigorosamente festeggiati con le braccia al cielo, arriverà il canto del cigno: 2005-2006 prima, 2006-2007 con una piccola flessione dei gol, ma si è sempre più certi che quell’armadio sia l’erede del Fenomeno. Nessuno sa che dietro tanta forza però si cela altrettanta disperazione

L’imperatore crolla, nonostante la buona parentesi al Sao Paulo. Un paracadute troppo corto per delle spalle troppo grandi, spalle spesso accompagnate dall’amico e del padre che aveva ricevuto per bontà della sorte. Adriano ora vive in una suite a Rio de Janeiro, ma ha vissuto a lungo con l’ombra della depressione assillante e ricorrente. Rimpianto citato anche da Zanetti e da chiunque sappia riconoscere lo strapotere di un ragazzo che aveva la voglia di distruggere il mondo a pedate. Cosa sarebbe stato se non avesse dovuto combattere contro un nemico subdolo, malevolo e invisibile come la depressione?

Tommaso Alise

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