Ricardo Zamora Martinez era nato a Barcellona giusto agli albori del secolo, figlio di un medico e quindi inserito nell’agiata borghesia catalana. Difficile dire, nel suo caso, che il buon giorno si vedesse dal mattino. Ricardo cresceva debole e malaticcio, al punto che il padre lo temeva vittima della tubercolosi. E tuttavia, infrangendo divieti e controlli, a ogni occasione si precipitava nell’unico campo, in terra, dei dintorni per estenuarsi in interminabili partite di calcio con i suoi più solidi coetanei. A otto anni rimediò una brutta ferita a un piede, che per timore nascose ai familiari, minimizzando che si era distorta una caviglia. Così l’infezione si estese e alla fine si rese necessario un intervento chirurgico, che miracolosamente evitò l’amputazione. Piccoli particolari: non sarebbe mai nato il più grande portiere di tutti i tempi, “el Divino” che incantò tutta l’Europa e portò, non da solo ma certo con preponderante incidenza, la Spagna nell’élite internazionale di quell’epoca, dominata dallo strapotere danubiano. Dopo quel terribile rischio, il padre lo confinò a Tona, piccolo centro dell’hinterland barcellonese, famoso per le virtù taumaturgiche delle sue acque solforose.

E li le cure, il riposo, l’alimentazione mirata, trasformarono il corpulento e cagionevole Ricardo in un perfetto atleta. Riprese quindi con ben altre prospettive il suo rapporto con il calcio. Nel collegio San Vincenzo de’ Paoli diede le prime buone prove di sé. Ma come attaccante, perché – scrivono i suoi biografi spagnoli – “le gustaba cantar la alegria del gol”. Un altro caso. Un giorno, per emergenza, Zamora si schierò in porta e fu proprio il giorno che Puig de Bacardi, presidente dell’universitario Barcelona, aveva deciso di dare un’occhiata a quei ragazzi, in cerca di un portiere col quale sostituire il titolare della sua squadra, messo fuori causa da un serio infortunio. Quando il quindicenne Ricardo si senti offrire un contratto immediato, quasi svenne dalla gioia. Ma quando gli precisarono che era un contratto da portiere, lui, bomber di vocazione, lo prese per uno scherzo. Però accettò, certe occasioni non capitano tutti i giorni. E debuttò fra i pali proprio contro il Barcellona in un match valido per il campionato catalano. Non c’era partita, e il giovane Zamora incassò quattro gol, ma tutti furono concordi nel dire che senza le sue prodezze sarebbero stati almeno il doppio.

Era nata una stella. Nello stesso anno passò nelle file dell’Espanyol, ai cui tifosi non piacque l’idea che una così grande squadra allineasse un portiere che portava ancora i calzoni corti. Ma con Zamora l’Espanyol si laureò campione di Catalogna e allora fu il grande Barcellona ad assicurarsi i suoi servizi. Si ritirò temporaneamente dal calcio per desiderio del padre morente, e quando vi rientrò accettò le nuove proposte dell’Espanyol, senza considerare che era ancora legato al Barcellona. Cosi la Federazione spagnola lo sanzionò con una pesante squalifica. Ma si poteva tenere fuori dal calcio, e dalla Nazionale, quello che era ormai, e di gran lunga, il miglior portiere di Spagna? Così arrivò la grazia. In Nazionale Zamora debuttò non ancora ventenne, giocando contro la Danimarca alle Olimpiadi di Anversa del 1920. Ha sempre considerato quella partita la migliore della sua lunga carriera. Grazie a lui, la Spagna conquistò un’insperata medaglia di bronzo. Ricardo era ormai una star internazionale.

Nel 1930 cedette infine, dopo un’eroica resistenza, alla corte assidua e irresistibile del Real Madrid: dura, per un catalano doc, ma il Real voleva dire il vertice. E poi per lui era stata pagata una cifra esorbitante, fuori dei tempi. Al Mondiale del 34 in Italia fece prodezze. Lui fermò gli azzurri di Pozzo in un drammatico quarto di finale a Firenze. Uno a uno, ripetizione il giorno dopo. Stranamente, Zamora non si presentò, sostituito da Nogues. Si parlò di ordini superiori, quel Mondiale fu del resto attraversato da molte malignità. L’Italia vinse, gol di Meazza. Meazza, il miglior attaccante del mondo fra le due guerre, castigatore impietoso di tutti i grandi portieri dell’epoca, mai riuscì a segnare un gol a Zamora. Rimase il suo cruccio più grande. Ricardo intanto continuava la sua lunghissima, gloriosa parabola agonistica. Col Real Madrid giocò la sua ultima partita proprio contro il Barcellona, nella finale di Coppa di Spagna a Valencia, quando già sibilavano sinistri i venti della Guerra Civile. Anche quel giorno Ricardo fu un fenomeno. E altrettanto ricco fu il suo dopo-calcio, vissuto come allenatore di club (Celta, Malaga, Espanyol) e della stessa Nazionale delle furie rosse di cui era stato il simbolo più luminoso, e poi come autorevole commentatore sportivo, sempre venerato da un paese che in lui aveva trovato una delle rare occasioni per superare tutte le divisioni. Anche suo figlio, Ricardo come lui, fu un buon portiere, però schiacciato dalla grandezza del padre. Zamora anticipò molte qualità del portiere moderno, il senso del piazzamento, il gusto dell’uscita, che ai suoi tempi era un’autentica rarità e che praticò con grande coraggio. Inventò anche un modo di bloccare il pallone, una ferrea presa fra l’avambraccio e il gomito, che da lui prese il nome di “zamorana”. Ma soprattutto seppe ipnotizzare i rivali più famosi con il suo inarrivabile carisma, con il suo fascino di leggenda vivente.

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