Immaginate di avere tanto, tantissimo oro e di contenerlo in una bottiglia di plastica: ecco a voi la sintesi essenziale di ciò che è stato, ciò che è e di ciò che sarebbe potuto essere Alexandre Rodrigues da Silva, colui che per il mondo è Alexandre Pato.
Viene al mondo il 2 settembre del 1989, quando Pablo Escobar fece esplodere, nella vicina Colombia, degli uffici giornalistici. Perché la libertà d’espressione non è una condizione inalienabile, è una conquista. E Pato è la più grande forma di libertà d’espressione giovanile che si sia mai vista su un campo da calcio in Serie A negli anni duemila, imperatori permettendo.

Pato nasce a Pato Branco ed è proprio alla sua cittadina che deve il suo soprannome: nessun papero, solo un errore della stampa italiana. A dodici anni viene prelevato dall’Internacional di Porto Alegre, dove stupisce tutti e regala momenti di gioco d’elevara caratura: si vedeva solo l’oro, perché l’odioso involucro di plastica trasparente che era il corpo di Alexandre, viene coperto dalla raggiante luce della stella appena nata.

A soli diciassette anni, viene acquistato dal Milan per una cifra che, a quei tempi, significava una cosa sola: responsabilità. Sulle esili spalle del fenomeno brasiliano, ora, gravava anche il peso di 22 milioni di euro. Il verdeoro esordisce contro il Napoli da giovanissimo e si mostra al mondo con gol e una prestazione che definire superlativa appare riduttivo. Nella stagione successiva segna 18 gol (non male per un ragazzino) e sfoggia un’eleganza da gentleman più che da ragazzo cresciuto giocando per strada. Perché l’abito non fa il monaco, sempre e comunque. Le movenze del giocatore brasiliano sono simili a quelle di una farfalla: tratta con rispetto ed educazione il pallone, lo accarezza.

Le farfalle hanno vita breve, ma Pato non lo sa e continua a volare, come un calabrone che si abbatte contro le leggi della fisica. Fa doppietta al Real nel 2009-10, ma cominciano i problemi fisici che tormenteranno il fuoriclasse. Il canto del cigno di Alexandre avviene nel 2010-11, anno in cui, alle spalle di Ibra, è il miglior marcatore della squadra, nonché campione d’italia per la prima e unica volta della sua carriera. Nelle due stagioni seguenti, totalizza soltanto 25 presenze, praticamente sempre dalla panchina.

Ha inizio uno dei calvari più famosi del decennio scorso, anni orribili in cui il campione brasiliano non trova una collocazione geografica e maledice l’involucro fragile che avvolge il suo talento. Brasile, fugace permanenza al Chelsea, Villarreal e poi Cina, tutti luoghi in cui il talento non trova pace. Pato però ama il calcio più di qualsiasi altra cosa e recentemente ha firmato per l’Orlando City in MLS, auspicando che possa chiudere al meglio la sua dannata e tormentata carriera.

Tommaso Alise

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