Ai tempi della sua nascita come Stato autonomo nel 1922 e per il periodo immediatamente successivo, l’Irlanda era,il Paese più povero dell’Europa occidentale. Decine di migliaia di irlandesi emigrarono alla ricerca di migliori condizioni di vita, soprattutto verso gli Stati Uniti e la “matrignaGran Bretagna, spesso senza riuscire a raggiungere gli standard di benessere che tanto avevano auspicato. Vivere in condizioni simili ti segna dentro, ti tempra, e non è un caso se all’irlandese medio, oggi come in passato, si riconoscono principalmente due caratteristiche: la testardaggine e la combattività. E questo si riflette non solo nella quotidianità, ma anche nello sport, e quindi in quella che, come e più del Cattolicesimo, è la prima religione del Paese: il Football. D’altronde, chiunque voglia comprare un francobollo a Dublino, avrebbe molte possibilità di trovarvi disegnato sopra due uomini che hanno segnato nel tempo la storia di questo paese.Il primo nome citato è Oscar Wilde, mentre il secondo sottolinea e prende in pieno il tema della battaglia, della guerra. Ovviamente stiamo parlando di Roy Keane.

Il futuro capitano dei Red Devils, nasce a Cork in Irlanda, e cresce coltivando nel proprio cassetto il sogno della boxe e del calcio. Fin dall’inizio si percepisce che Roy non è come gli altri, non c’è avversario che non lo tema, sia sul ring che sul rettangolo verde; Non c’è avversario che non lo tema, sia sul ring che sul rettangolo verde; tutti sono sconcertati dalla sua furia agonistica, dal modo in cui si danna per rincorrere il pallone, come se non gli importasse di morire in campo, pur di ottenere la vittoria. Eppure anche lui, come molti altri campioni predestinati, ha ricevuto molte porte sbattute in faccia. La prima bocciatura arriva all’età di 14 anni, quando coach Ronan Scally lo scarta a un provino, ritenendo il suo fisico troppo gracile e inadeguato a reggere l’urto dei ruvidi centrocampisti britannici. Keane ha però il fuoco dentro e a 15 anni abbandona la scuola per andare a lavorare e ovviamente nel dunque sostiene provìni su provini per provare a realizzare il suo sogno. Ed ecco allora che nel 1989 arriva la prima grande chiamata, L’ex United viene acquistato dal Cobh Ramblers squadra della sua città. E’ una tappa fondamentale nella carriera di Keane. Non solo ha la possibilità, per la prima volta, di allenarsi quotidianamente come un vero professionista; i Ramblers rappresentano per lui, oltre che un’ottima palestra, anche una formidabile vetrina con vista Premiership. Peraltro, dato che nelle partite sposta discretamente gli equilibri, il mister non esita a schierarlo sia con le giovanili che con la prima squadra, e ogni fine settimana Roy gioca doppio.

E’ solo questione di tempo perché qualcuno si accorga di lui, e infatti nel 1990 arriva la grande occasione. Mr. Noel McCabe, osservatore del Forest, chiama da Nottingham per assicurare a una nobile decaduta della Premier le prestazioni del giovane mediano. Il Forest è la prima esperienza di livello di Keane, ma è evidente che, dopo qualche anno, Nottingham inizi a stargli stretta, anche perchè nel frattempo la squadra è retrocessa e Roy ha messo a referto il primo gettone di presenza in Nazionale maggiore; da qui a fine carriera ne collezionerà altri 66, conditi da 9 reti. Così, dopo un tentativo di transfer al Blackburn andato male, ecco passare davanti a lui il treno United. Nei primi anni ’90 i Red Devils di Manchester, sotto l’egida di Alex Ferguson in panchina e di Éric Cantona sul terreno di gioco, sono prepotentemente in ascesa, e Roy vede in questo progetto l’occasione per imporsi definitivamente. Nell’estate del 1993 il “mastino” approda nel club in cui fino a poco tempo prima giocava Bryan Robson, uno dei suoi idoli di ragazzino. Keane calcherà il verde prato di Old Trafford per i successivi 12 anni, molti dei quali trascorsi con la fascia di capitano al braccio.

Scenderà in campo in partite ufficiali con lo United per 480 volte, segnando 51 gol e vincendo tutto ciò che era possibile vincere in campo nazionale e internazionale. Il suo approccio al gioco è feroce, ogni partita vederlo giocare è uno psicodramma; come in quella semifinale di ritorno di Champions League nel 1999 a Torino contro la Juventus, in cui trascina fisicamente la sua squadra a una rimonta che sembrava impossibile. Quella coppa lo United la vincerà in una delle partite più incredibili che si ricordi, rimontando due gol in pieno recupero a un Bayern Monaco completamente attonito, dopo aver incassato colpi per tutti i novanta minuti, come un pugile all’angolo sull’orlo del collasso. Poco importa che Roy non fosse fisicamente presente in campo quella sera, causa squalifica; si rifarà pochi mesi dopo, segnando l’unico e decisivo gol nella finale di Intercontinentale contro il Palmeiras, portando i Diavoli Rossi sul tetto del mondo per la prima volta nella loro storia. Neanche George Best era riuscito nell’impresa. Keane non è un capitano che fa gruppo; non porta i compagni a cena fuori, odia il mainstream e tutto il glamour che circonda il mondo del pallone. E’ uno che, il giorno del matrimonio di David Beckham, preferisce andare a farsi una birra al “Bleeding Wolf”, il pub che ha eletto a sua seconda dimora sin dai primi mesi trascorsi in North West England.

I suoi compagni hanno paura di lui, alcuni persino lo odiano; recentemente, Rio Ferdinand non lo ha incluso nella sua top 11 ideale, e non credo per demeriti calcistici. E se tutti hanno paura di lui, in Roy Keane era presente anche la vendetta, se tutto ciò non allude a nulla allora, vi rinfresco la memoria: questo suo modo sanguigno di vivere il campo e il gioco spesso gli si ritorce contro. Chiedere ad Alf- Inge Haaland o Patrick Vieira. Il primo se lo vide arrivare addosso a tacchetti spianati, dritto sul ginocchio destro; la vendetta per un diverbio in una partita di quattro anni prima, nel corso della quale Roy si ruppe i legamenti. Risultato: Keane si beccò 3 giornate di squalifica, cui poi se ne sommarono altre 5 visto che lui stesso candidamente ammise che il gesto era premeditato; Haaland invece il campo non lo rivedrà mai più. Quanto a Vieira, vederselo contro aveva su Roy più o meno lo stesso effetto che una muleta rossa ha su un toro inferocito, e dire che nelle partite di inizio millennio fra United e Arsenal ci fosse elettricità in mediana è un eufemismo. Eppure, a giudicare dal programma TV Keane & Vieira – Best of Enemies, recentemente andato in onda in Inghilterra, oggi potremmo addirittura sperare di trovarli insieme al pub.

La carriera di Keane termina nel 2005 e anche la conclusione di quest’esperienza non è mai banale. Ferguson lo ritiene ormai un giocatore finito e lo sbatte per tutta la stagione in panchina, Roy infastidito chiede la cessione e rompe con l’ambiente dei Red Devils. Viene acquistato dal Celtic, la sua squadra del cuore, ma anche qui dopo qualche screzio abbandona Glasgow e lascia definitivamente il calcio giocato. Pur essendo stato un personaggio fuori dagli schemi, odiato quasi da tutti e visto come quello cattivo, Roy Keane non ha mai smentito la propria professione. Ha sempre messo davanti, come priorità, la maglia che indossava, per lui contava di più il simbolo sul petto che il momento dietro la maglia. Un uomo di un calcio antico, fatto di lotta e di curiosi retroscena, sarà anche stato uno psicopatico per certi versi, ma quanto era forte anche in termini motivazionali Roy Keane? uomini così, non né fanno più.

Di Vincenzo Natale.

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