C’è un leggero confine tra quiete e tempesta. Confine dettato dalla consapevolezza di poter passare da una sponda all’altra con estrema facilità. C’è chi è oppresso e finisce ad opprimere, c’è chi opprime e finisce ad essere oppresso.

Funziona così da millenni e probabilmente funzionerà così per sempre: il più forte detta legge, il più astuto ne trova l’inganno. Poi ci sono gli iracondi, coloro che semplicemente vogliono avere l’ultima parola a riguardo. In qualsiasi situazione. Un altro sottile filo che collega due personalità distanti circa settecento anni. I collegamenti ci circondano, sono di fianco a noi, ci tengono compagnia e probabilmente sperano di essere svelati. E allora si innalzino le lodi a Filippo Argenti, primo iracondo di cui abbiamo notizia. Reo di aver schiaffeggiato Dante, di aver schiaffeggiato il conformismo del guelfo bianco, per poi successivamente opporsi alla revoca del bando imposto al poeta fiorentino. Filippo Cavicciuoli, vero nome di Argenti, verrà citato nel canto ottavo dell’inferno, in deplorevoli condizioni e tra pene infernali. Il primo ribelle di sempre, una sorta di Spartaco medievale.

Ora passiamo al nostro wormhole, cunicolo spazio temporale che tramanda e rende immortale la personalità di Filippo nel tempo e nei secoli. Si narra che l’iracondo montasse a cavallo rigorosamente con le gambe ben aperte, per scalciare i malcapitati sul suo cammino. Circa settecento anni dopo la sua morte, la sua eredità di ribelle fu raccolta egregiamente da Éric “The King” Cantona.

Il 25 gennaio del 1995, il francese non le manda a dire e colpisce violentemente un tifoso del Crystal Palace, colpevole di insultarlo e di gravi insulti neonazisti, con un calcio al volto. L’ultima parola sempre a loro. Sempre a chi sarà artefice del proprio destino. Inutile dirvi del caso mediatico, ma evidentemente al Filippo Argenti di Marsiglia non interessava. Un calcio alla sottomissione intellettuale, alla vergogna neonazista, a chi richiama a milioni di morti in un ambiente pubblico. Il suo unico rimpianto sarà “non averlo colpito più forte”. “Poeta tu mostri lo sdegno, ma tutti consacrano questo regno”, così canta Caparezza nella canzone dedicata proprio ad Argenti.

Perché in fondo, inutile negarlo, siamo tutti Éric Cantona. Siamo tutti Filippo Argenti.
Dedicato ai poetici iracondi in un mondo di volgari buonisti.

Tommaso Alise

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