È il 12 luglio del 1982 e l’Italia è in delirio: il giorno prima, contro ogni pronostico, era salita sul tetto del mondo per la terza volta, 44 anni dopo l’ultimo trionfo. Era un’Italia quasi totalmente liberata dalle ombre degli anni di piombo, calcisticamente si apprestava a diventare la Superlega dell’epoca e a dominare in campo internazionale per circa trent’anni. A Bari, quel giorno, nacque colui che enunciò un sorprendente e misterioso assioma: troppa libertà può nuocere al troppo talento.

Così venne fuori Antonio Cassano, uno dei più grandi rimpianti della storia del calcio. Anzi, il più grande secondo France Football. Da piccolo il padre abbandona lui e la madre, vive in un contesto che definire complicato è riduttivo. La situazione in cui vive non gli permette di proseguire gli studi né di fare buone amicizie, giacché strinse legami con la malavita locale.
Antonio esordisce in Serie A a 17 anni, con la maglia della sua città, il Bari. Perde il sentito derby contro il Lecce all’esordio, ma la sua esplosione arriverà una settimana dopo: assieme ad Enyinnaya, di cui abbiamo già parlato, si rende protagonista di una grandissima prestazione contro l’Inter, condita da uno spettacolare gol vittoria all’ottantottesimo.

Dopo due anni, la Roma decise di sborsare la cifra record di 50 miliardi di lire + la comproprietà di Gaetano D’Agostino per aggiudicarsi il giovane fenomeno. Questi, sono probabilmente gli anni più belli di Cassano, che giovanissimo incanta l’Olimpico venendo soprannominato “Il pibe di Bari vecchia” e trovando una grande intesa con Totti. Durante la permanenza di cinque anni nella capitale, disputerà stagioni meravigliose, ma degna di nota è senza dubbio la stagione 2003-2004, in cui mise a segno la bellezza di 18 gol. Non mancano le “cassanate”, termine coniato da Capello per descrivere gli atti e gli atteggiamenti infantili e irriverenti di “Peter Pan”, soprannome che gli calza a pennello: perché crescere, quando si può vedere il mondo con gli occhi di un bambino?

Già, però Cassano non è Pascoli e il suo dilemma è tutto fuorché esistenziale. “Memorabile” il gesto delle corna all’arbitro Rosetti, dopo un’espulsione in finale di coppa Italia 2002-2003. A gennaio 2006 passa al Real Madrid. Appena arrivato a Madrid, Cassano ha qualche chilo di troppo, ma c’è già “El gordo”, il grasso, in squadra, ovvero Ronaldo il Fenomeno. Verrà dunque soprannominato “El gordito”, il grassottello. Dopo qualche sprazzo di gioco e un’estate 2006 passata in palestra per ritrovare la forma ideale, ne combina un’altra delle sue. Viene ripreso a scimmiottare il suo allenatore, Fabio Capello. Da lì smetterà di giocare con continuità, ma conquisterà la Liga 2006-2007.

Dopodiché, passa alla Sampdoria dove ritrova la spensieratezza di Roma, volendo anche di più: con Pazzini forma una coppia formidabile e “i nuovi gemelli del gol” traineranno la Samp nell’Europa che conta. Nel campionato 2010-11, i blucerchiati sfiorano l’accesso alla fase a gironi, dopo esser stati eliminati dal Werder Brema ai supplementari, nei preliminari. Ecco nuovi screzi con Delneri, il suo allenatore e Garrone, presidente della Samp che decise di cederlo al Milan subito dopo, a gennaio. Vince lo scudetto a Milano e l’anno dopo accusa un malore, un difetto interatriale prontamente operato.

Cassano tornerà in campo in tempo per gli europei del 2012, dove vestirà la maglia numero 10 e porterà, con le sue giocate, l’Italia alla finale persa contro la Spagna. È forse il canto del cigno di Fantantonio, che non ritroverà mai la forma migliore nel suo pellegrinaggio tra Parma, Sampdoria e la breve esperienza veronese conclusasi dopo due settimane. Fatta eccezione per l’annata 2012-2013, all’Inter, dove si esprime nella totalità della sua classe per l’ultima volta.
Antonio è sicuramente la più florida dimostrazione della conclusione che il talento, senza testa e senza che lo si preservi, vale poco e nulla.

Tommaso Alise

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