La bellezza è tutto ciò che ci circonda. Ciclicamente e storicamente, si sacrifica qualcosa per la bellezza. Il tempo, spesso. A proposito di tempo, torniamo un attimo indietro di 2400 anni circa. È l’antica Grecia, culla della cultura e delle fondamenta di ciò che è parte integrante dell’istruzione intersecolare. Platone e con lui Aristotele, in quegli anni, rafforzarono una speculazione filosofica già affermata dai filosofi presocratici, che ad oggi ci è nota universalmente come essenzialismo. La ricerca dei principi essenziali, le fondamenta del grande tempio del sapere. Concetti molto spesso criticati, una filosofia di economia chiusa applicata alla propria esistenza.

Adesso, dirigiamoci al nostro classico wormhole/cunicolo spazio-temporale e prepariamoci ad un viaggio alquanto lungo: più di 2400 anni dopo Socrate e la sua adesione all’essenzialismo, in quello stadio che ora è dedicato ad un certo Diego Armando Maradona, si gioca NapoliSiena, valevole per la semifinale di ritorno della Coppa Italia 2011-2012. Gli azzurri sono reduci da una sconfitta in trasferta per 2-1, ma i giochi sono più aperti che mai. Tempo dieci minuti e il pubblico partenopeo esplode: sembra un colpo di tacco spettacolare di Cavani, ma in seguito verrà attribuito autogol, in quanto il povero Vergassola, non avendo tempo di reazione alla spettacolare giocata del Matador, la deviò inerme nella sua porta. Siamo alla mezz’ora ed ecco il nostro meraviglioso termine di paragone palesarsi: il Pocho Lavezzi parte in progressione, dopo una grande cavalcata passa la sfera ad Hamsik che si defila sulla sinistra, alza la testa e vede Cavani che da vero centravanti corona il contropiede magistrale con un poderoso colpo di testa. Un manifesto dell’essenzialismo: si può essere belli anche senza l’ausilio dello spettacolo, nella propria purezza e nella consapevolezza dei propri mezzi. Il Napoli soffrirà, ma strapperà un pass per la finale di Roma, vincendo un trofeo ventidue anni dopo l’ultima affermazione, in supercoppa. L’avversario, così come ventidue anni prima, fu la Juve. Come in semifinale, partita chiusa da…un sontuoso contropiede.

Il wormhole è però solo alla sua prima fermata: questa volta ci attende…sempre Napoli, sempre una semifinale di Coppa Italia. Otto anni dopo e una pandemia in corso, non può sembrarvi un bel palcoscenico, vi comprendo. È il tredici giugno del 2020, con i partenopei questa volta intenti a difendere lo 0-1 di San Siro, ottenuto quando tutto era ancora portentosamemte umano. In quello scenario irreale, il Napoli era ad un appuntamento di lusso quantomeno inusuale: nella peggior stagione in Serie A del decennio passato, dopo le illusioni di grandezza dettate dalla grande bellezza espressa qualche anno prima. La partita inizia nel peggiore dei modi, con un’incertezza di Ospina e il conseguente gol di Eriksen, direttamente da calcio d’angolo. Riecco palesarsi l’essenzialismo in terra azzurra, essenzialismo che fino a tre anni prima sarebbe stato antitesi della squadra campana.

Rieccoci all’arrivo della semplicità, delle fondamenta del calcio. Il contropiede. Palla che parte direttamente dal portiere, questa volta. Ospina innesca Insigne, anche lui defilato a sinistra, come il capitano che fu. Cambia l’interprete, perché questa volta è il più grande marcatore di sempre in casa Napoli e non il Matador, ma non la finalizzazione. Un tocco leggero con la pesantezza di un macigno. La storia si compie e con la compattezza insolita amica, la finale di Roma sarà raggiunta e vinta dagli azzurri. L’avversario? Sempre la Juve.

La semplicità è la nota fondamentale di ogni vera eleganza. (Coco Chanel)

Tommaso Alise

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