È lunedì, il pullman l’ho preso per un pelo, il compito di greco è andato male, insomma, non si ha il tempo di passeggiare, figuriamoci di fermarsi ad osservare. Din don, è la campanella, ma non quella della scuola che è già suonata da un po’. È la campanella delle notifiche ed è un messaggio di un mio amico. Sarà qualche cavolata, penso, anzi non penso cavolata, penso un’altra parola che però rovinerebbe questo momento di magia: certe volte per la magia si può scendere a patti e compromessi.

È un video, una partita di Champions, accompagnata dalla sola faccina dagli occhi a cuore. Incuriosito, mi si para davanti il primo fotogramma ed è un colpo al cuore potente, fortissimo, letale, mastodontico. C’è un ragazzino napoletano, sul pallone, un pallone che a dispetto delle caratteristiche convenzionali pesa quanto un macigno, anzi di più.

Toccò prima il palo, poi il cuore

Si è lontani dalla porta, ma se si hanno 21 anni la distanza la si copre con la sfacciataggine, quindi 25 metri e poco più non sono tali, sono semplicemente 25 passi dalla gloria assoluta, un varco per un’altra dimensione in cui lo spazio-tempo si misura in attimi, attimi di gioia immensa. Le immagini scorrono, io, io già sono tremante dalla commozione da secoli. Il pallone si incolla nell’angolo alto dando un bacio alla traversa, due al mio cuore.

Alla traversa che si porta via le paure ed anche due denti del portiere avversario, probabilmente erano il prezzo da pagare per la visione di quel capolavoro in prima fila. Al mio cuore che ricorda di poter realizzare tutti i suoi sogni, perché quel gol lo ha segnato un ragazzo come me, un napoletano che sognava di indossare la maglia del Napoli.

A cura di Tommaso Alise

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